Archivio per la categoria ‘cold steel rail’

Un pomeriggio alternativo

Febbraio 11, 2008

-”E quel pomeriggio ci recammo in quel luogo meraviglioso, ad assaporare l’aria ancora poco primaverile di Febbraio, a goderci il tramonto.”

-”Vi siete andati a godere il tramonto allora? L’orgasmo, l’apice della giornata, quei pochi momenti in cui siamo vicini al sole come non mai. L’unico motivo per cui vale la pena subirsi l’oscurità della notte”.

-”Sì, siamo andati a distogliere le nostre attenzioni dalla merda che è divenuta questa vita”.

Ogni volta che il sole è chiamato ad abbandonare il palco,  è come se soffocasse, se si divulgasse in un contorto e sofferto tentativo di trovare un fantomatico appoggio, per restare lassù, al centro di tutto.

 

My Immortal

Settembre 15, 2007

Era una bellissima mattina di Autunno quando mi dissero che non ce l’avrebbe fatta. Il fresco venticello e il sole splendente erano le uniche consolazioni di quell’amaro lunedì. Nel grigio della ferrovia mi rifugiai, ove nessuno mi avrebbe potuto ferire, ma dove di tristezza decisi di perire. Mi chiedevo come nessuno mi mostrasse solidarietà – nemmeno il sole che continuava a splendere indisturbato, e il vento che soffiava così allegro da provocarmi un gran senso di irritazione. Lo chiamai, ci parlai. Mi disse di smettere immediatamente di frignare, poichè la morte è solo un passaggio di stato – una cosa che deve avvenire.

Non lo sò se hai ragione, scusami.

Un mio pensiero volò su quelle sere. Quelle sere dove cammini in compagnia, spensierato, pensi alla morte, al buio totale, e provi un brivido, ma che poi svanisce, e non ti fa che sentire più immortale.

One more time

Settembre 1, 2007

Anche quando le ferite sembravano inguaribili, anche quando il sole non ne voleva sapere di splendere, perfino quando la guerra non finiva più, io ho sempre sperato. Il tempo scorreva, le cose non cambiavano, ma io mi chiudevo a riccio – nessuno mi poteva far male. Quando andavo alla nostra ferrovia per pensarti, io mi sentivo invincibile. Il vento passava tra i miei capelli, la pioggia mi bagnava, la neve mi gelava, la grandine mi colpiva, ma io persistevo. Dovevo comunicare con te, dovevo sentirti respirare, dovevo sentire il tuo cuore aver bisogno sfrenato del mio. Finalmente ti sento. Sei quì. Sento che finalmente ci siamo messi in contatto, sento il tuo battito entrare in simbiosi col mio.

Ogni giorno, stesso posto stessa ora. Aspettami.

 

One more time, please.

 

Qualcuno si ricorda?

Agosto 25, 2007

Sai, anche a me manca tantissimo. Delle volte non riesco a pensare che lui se ne sia andato così, che ci abbia lasciati tutti orfani. Oso dire orfani perchè lui era come un padre per tutti noi, un padre a cui era più facile rivolgersi per questioni imbarazzanti. Devi sapere che quando siamo seduti qui, vicino le nostre rotaie, lui non mi manca più – questo è il posto migliore per sentirsi vicini alle persone che ci mancano. Sai, io non riesco più a frequentare quella gente che frequentava pure lui, non ci riesco. Mi ricordo di quella volta che incontrai tutta quella gente, e mi rivolsi a loro in maniera agressiva.

<<Qualcuno qui si ricorda di Al? Vi ricordate di quando ha detto che ci saremmo ricontrati un bel giorno? Al, Al, cosa ti è successo? Nessun altro di voi si ricorda?>>

 Mi ricordo poi di te, di quando mi hai detto di lasciarti andare. Di quanto mi hai detto che sarebbe stato doloroso, ma giusto. Ogni volta che vengo qui, io mi ricordo di te, è come se comunicassimo per ore e ore. Sempre.

Per raggiungere la felicità mi basta appoggiare la testa, chiudere gli occhi, e respirare.

 

Sai com’è, mi accontento con poco io.

Desolazione Preautunnale

Agosto 22, 2007

Inseguite pure l’uomo dall’apparenza umile e quando l’avrete spinto in un androne, derubatelo e seguitelo collo sguardo, ciascuno con le mani in tasca, mentre egli se ne va triste per la sua via, infilando la strada a sinistra.

(Franz Kafka, “Il Commerciante”, 1907)

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Stavo sul treno per casa. Avevo appena finito di leggere un altro intrigante racconto di Kafka, quando ripensai a cosa fosse accaduto pocansi. Era una di quelle emblematiche giornate piovose di fine Agosto, dove sei costretto ad ammettere che l’estate sta lentamente passando. Ho riflettuto prima di parlarle. Stavo sulle rotaie fredde e bigie del binario 3, quando mi disse che non valevo assolutamente più nulla per lei. Mi sedetti e cominciai a fissare il grigio delle rotaie- vidi una piantina d’edera che era cresciuta ai bordi del metallo…Sorrisi. Salito sul treno, immersi la mia mente totalmente negli ermetici romanzi Kafkiani, ma non riuscii a non notare il passeggero che vi era alla mia destra. Era un uomo trentenne dall’aspetto ordinario, che teneva in mano una fotografia incorniciata, che evidentemente ritraeva la persona a lui più cara, dato che non smetteva di fissarla e di appoggiarci le labbra sopra. Cercavo di concentrarmi sui miei racconti, ma il mio occhio continuava a notare quanto fosse malinconico quell’ uomo – sembrava che i suoi occhi facessero un’immensa fatica a contenere tutte le lacrime che avrebbe volentieri tirato fuori da solo nella sua camera, o forse seduto su una panchina ad osservare l’accelerazione irragiungibile dei treni che ci lasciano perterriti.

 

Dovevo scendere alla prossima fermata. Il trenò lentamente frenò per poi fermarsi definitivamente. Mi alzai lentamente, gli appoggiai amichevolmente una mano sulla spalla, per poi dirgli che sarebbe stato tutto apposto. Senza badare a qualsiasi fosse stata la sua reazione, uscii dal treno, muto.

 

Salendo quelle poche scali mi venne in mente quel paragrafo letto precedentemente, che probabilmente mi rimarrà scolpito nella mente a lungo.

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” <<Volate via; le vostre ali che non ho mai visto, vi portino nella rustica vallata o a Parigi, se là vi sospinge il vostro desiderio. Ma godete la vista dalla finestra, quando le processioni vengono da tutt’e tre le strade, non si vogliono scansare, si confondono una nell’altra, lasciando riapparire, nelle loro ultime file, libera la piazza. Accennate coi fazzoletti, siate spaventati e commossi, lodate la signora che passa. Passate sul ponte di legno del torrente, fate segno ai bambini che si bagnano e stupite dall’evviva dei mille marinai sulla lontana corazzata…”