Sai, quei periodi non è che fossero semplici nemmeno per me. Mi ricordo la depressione cronica che pervadeva il mio cuore il lunedì mattina. Mi chiedevo di continuo quando sarebbe finito quell’obbligo di svegliarsi la mattina, per essere torturati come carne da macello da quattro pezzenti frustrati. Mi rimembro ancora quando salivo quelle scali, ma soprattutto mi ricordo quanto il mio stomaco brontolava- era come se il mio organismo si rifiutasse di subire un tale stress tutti i santi giorni. Quella professoressa era tutte le mie paure. Ogni volta che varcavo quella porta dolente avevo paura di farmi rovinare la giornata completamente. Mi ricordo che un mio desiderio ricorrente di quei tempi era di finire quel supplizio che stavo vivendo ed andare a vivere tranquillamente in una casa in campagna. Sto ancora in città.
Poi delle volte mi vieni in mente te. Di come eri brava quei prime due anni, per poi calare gli altri tre. Mi ricordo di quando mi hai raccontato di aver preso un sette in inglese e di esserti messa a piangere per la gioia; mi ricordo di quando mi hai detto di essere collassata nel compito scritto d’italiano. Mi ricordo di quando mi hai detto che mi avresti voluto a scuola con te, che avresti voluto che ti avessi corteggiata con bigliettini romantici alla “ciccia e brufoli” style.
Poi mi ricordo di te. Di come non sei riuscito a portare a termine quel supplizio, di come hai avuto coraggio nel lasciare il tutto e vivere finalmente per i fatti tuoi. Sei stato onesto con te stesso e ti stimo.
Mi ricordo di musica di balli lenti e serate movimentate ma vacue.
…Ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!
(R. Bach, “Il Gabbiano Livingston”)
