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Tra quei banchi dolenti

Agosto 24, 2007

Sai, quei periodi non è che fossero semplici nemmeno per me. Mi ricordo la depressione cronica che pervadeva il mio cuore il lunedì mattina. Mi chiedevo di continuo quando sarebbe finito quell’obbligo di svegliarsi la mattina, per essere torturati come carne da macello da quattro pezzenti frustrati. Mi rimembro ancora quando salivo quelle scali, ma soprattutto mi ricordo quanto il mio stomaco brontolava- era come se il mio organismo si rifiutasse di subire un tale stress tutti i santi giorni. Quella professoressa era tutte le mie paure. Ogni volta che varcavo quella porta dolente avevo paura di farmi rovinare la giornata completamente. Mi ricordo che un mio desiderio ricorrente di quei tempi era di finire quel supplizio che stavo vivendo ed andare a vivere tranquillamente in una casa in campagna. Sto ancora in città.

Poi delle volte mi vieni in mente te. Di come eri brava quei prime due anni, per poi calare gli altri tre. Mi ricordo di quando mi hai raccontato di aver preso un sette in inglese e di esserti messa a piangere per la gioia; mi ricordo di quando mi hai detto di essere collassata nel compito scritto d’italiano. Mi ricordo di quando mi hai detto che mi avresti voluto a scuola con te, che avresti voluto che ti avessi corteggiata con bigliettini romantici alla “ciccia e brufoli” style.

Poi mi ricordo di te. Di come non sei riuscito a portare a termine quel supplizio, di come hai avuto coraggio nel lasciare il tutto e vivere finalmente per i fatti tuoi. Sei stato onesto con te stesso e ti stimo.

Mi ricordo di musica di balli lenti e serate movimentate ma vacue.

 

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…Ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!

(R. Bach, “Il Gabbiano Livingston”)

Desolazione Preautunnale

Agosto 22, 2007

Inseguite pure l’uomo dall’apparenza umile e quando l’avrete spinto in un androne, derubatelo e seguitelo collo sguardo, ciascuno con le mani in tasca, mentre egli se ne va triste per la sua via, infilando la strada a sinistra.

(Franz Kafka, “Il Commerciante”, 1907)

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Stavo sul treno per casa. Avevo appena finito di leggere un altro intrigante racconto di Kafka, quando ripensai a cosa fosse accaduto pocansi. Era una di quelle emblematiche giornate piovose di fine Agosto, dove sei costretto ad ammettere che l’estate sta lentamente passando. Ho riflettuto prima di parlarle. Stavo sulle rotaie fredde e bigie del binario 3, quando mi disse che non valevo assolutamente più nulla per lei. Mi sedetti e cominciai a fissare il grigio delle rotaie- vidi una piantina d’edera che era cresciuta ai bordi del metallo…Sorrisi. Salito sul treno, immersi la mia mente totalmente negli ermetici romanzi Kafkiani, ma non riuscii a non notare il passeggero che vi era alla mia destra. Era un uomo trentenne dall’aspetto ordinario, che teneva in mano una fotografia incorniciata, che evidentemente ritraeva la persona a lui più cara, dato che non smetteva di fissarla e di appoggiarci le labbra sopra. Cercavo di concentrarmi sui miei racconti, ma il mio occhio continuava a notare quanto fosse malinconico quell’ uomo – sembrava che i suoi occhi facessero un’immensa fatica a contenere tutte le lacrime che avrebbe volentieri tirato fuori da solo nella sua camera, o forse seduto su una panchina ad osservare l’accelerazione irragiungibile dei treni che ci lasciano perterriti.

 

Dovevo scendere alla prossima fermata. Il trenò lentamente frenò per poi fermarsi definitivamente. Mi alzai lentamente, gli appoggiai amichevolmente una mano sulla spalla, per poi dirgli che sarebbe stato tutto apposto. Senza badare a qualsiasi fosse stata la sua reazione, uscii dal treno, muto.

 

Salendo quelle poche scali mi venne in mente quel paragrafo letto precedentemente, che probabilmente mi rimarrà scolpito nella mente a lungo.

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” <<Volate via; le vostre ali che non ho mai visto, vi portino nella rustica vallata o a Parigi, se là vi sospinge il vostro desiderio. Ma godete la vista dalla finestra, quando le processioni vengono da tutt’e tre le strade, non si vogliono scansare, si confondono una nell’altra, lasciando riapparire, nelle loro ultime file, libera la piazza. Accennate coi fazzoletti, siate spaventati e commossi, lodate la signora che passa. Passate sul ponte di legno del torrente, fate segno ai bambini che si bagnano e stupite dall’evviva dei mille marinai sulla lontana corazzata…”