Ho decorato l’albero di Natale come se niente di brutto mi fosse mai capitato,
Ho tirato fuori le calze sorridendo allegramente,
Ho ascoltato la mia musica con intenso piacere,
Ma ho pianto accendendo la luce della mia coscienza.
Avanti, è Natale.
Ho decorato l’albero di Natale come se niente di brutto mi fosse mai capitato,
Ho tirato fuori le calze sorridendo allegramente,
Ho ascoltato la mia musica con intenso piacere,
Ma ho pianto accendendo la luce della mia coscienza.
Avanti, è Natale.
Perchè quel grigio giorno di metà novembre sentìì un vuoto al cuore
stavo perdendo la mia fede.
Io.Te.Silenzio.
Tuttavia sappi che mi ricredo
Io delle volte godo nel sapere che tu mi pensi, che mi spii e controlli, che sono sempre la cosa principale della tua vita. E talvolta il mio cuore mi spinge, insiste nel chiamarti, anche se solo a livello spirituale – mia dolce musa, dea di checchè io veda. E allora tu, sedutà là su quel divano grigio di pelle, colla sigaretta tra le tue labbra fine, perchè non ti fai raggiungere? Mi avvicino sempre di più ma il vetro che ci separa sembra sempre più spesso – alzo le mani, perdo il controllo, ma il vetro nemmeno si danneggia. Proprio come te, ferma, immobile, dall’altra parte dell’ostacolo, come un’attrice in posa. Poi dopo tanta fatica finalmente chiudo gli occhi.
Io e te seduti sul divano, uno accanto l’altra – ci fissiamo, muti. Un minuto. Una lacrima.
Apri gli occhi, il malessere è l’unico benessere di cui un uomo può benificare.
Inseguite pure l’uomo dall’apparenza umile e quando l’avrete spinto in un androne, derubatelo e seguitelo collo sguardo, ciascuno con le mani in tasca, mentre egli se ne va triste per la sua via, infilando la strada a sinistra.
(Franz Kafka, “Il Commerciante”, 1907)
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Stavo sul treno per casa. Avevo appena finito di leggere un altro intrigante racconto di Kafka, quando ripensai a cosa fosse accaduto pocansi. Era una di quelle emblematiche giornate piovose di fine Agosto, dove sei costretto ad ammettere che l’estate sta lentamente passando. Ho riflettuto prima di parlarle. Stavo sulle rotaie fredde e bigie del binario 3, quando mi disse che non valevo assolutamente più nulla per lei. Mi sedetti e cominciai a fissare il grigio delle rotaie- vidi una piantina d’edera che era cresciuta ai bordi del metallo…Sorrisi. Salito sul treno, immersi la mia mente totalmente negli ermetici romanzi Kafkiani, ma non riuscii a non notare il passeggero che vi era alla mia destra. Era un uomo trentenne dall’aspetto ordinario, che teneva in mano una fotografia incorniciata, che evidentemente ritraeva la persona a lui più cara, dato che non smetteva di fissarla e di appoggiarci le labbra sopra. Cercavo di concentrarmi sui miei racconti, ma il mio occhio continuava a notare quanto fosse malinconico quell’ uomo – sembrava che i suoi occhi facessero un’immensa fatica a contenere tutte le lacrime che avrebbe volentieri tirato fuori da solo nella sua camera, o forse seduto su una panchina ad osservare l’accelerazione irragiungibile dei treni che ci lasciano perterriti.
Dovevo scendere alla prossima fermata. Il trenò lentamente frenò per poi fermarsi definitivamente. Mi alzai lentamente, gli appoggiai amichevolmente una mano sulla spalla, per poi dirgli che sarebbe stato tutto apposto. Senza badare a qualsiasi fosse stata la sua reazione, uscii dal treno, muto.
Salendo quelle poche scali mi venne in mente quel paragrafo letto precedentemente, che probabilmente mi rimarrà scolpito nella mente a lungo.
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” <<Volate via; le vostre ali che non ho mai visto, vi portino nella rustica vallata o a Parigi, se là vi sospinge il vostro desiderio. Ma godete la vista dalla finestra, quando le processioni vengono da tutt’e tre le strade, non si vogliono scansare, si confondono una nell’altra, lasciando riapparire, nelle loro ultime file, libera la piazza. Accennate coi fazzoletti, siate spaventati e commossi, lodate la signora che passa. Passate sul ponte di legno del torrente, fate segno ai bambini che si bagnano e stupite dall’evviva dei mille marinai sulla lontana corazzata…”